mercoledì 12 gennaio 2011

Restyling


Da oggi il blog sarà a questo indirizzo

lunedì 13 dicembre 2010

Il primo grado


È arrivata la sentenza di primo grado. Ne diamo conto stringatamente.

Callisto Tanzi, patron di Parmalat è stato condannato a 18 anni di reclusione. Il reato è di bancarotta fraudolenta.

Per quanto riguarda gli altri imputati:

L'ex direttore finanziario Fausto Tonna è stato condannato a 14 anni. Giovanni Tanzi, fratello di Calisto, è stato condannato a 10 anni e 6 mesi. Luciano Siligardi, ex membro del cda, è stato condannato a 6 anni. Domenico Barili è stato condannato a 8 anni

Paolo Sciumè è stato condannato a 5 anni e 4 mesi. Camillo Florini è stato condannato a 5 anni. L'ex presidente di Parmalat Venezuela Giovanni Bonici è stato condannato a 5 anni. Davide Fratta è stato condannato a 4 anni. Rosario Lucio Calogero è stato condannato a 5 anni e 4 mesi. Mario Mutti è stato condannato a 5 anni e 4 mesi. Enrico Barachini è stato condannato a 4 anni. Giuliano Panizzi è stato condannato a 4 anni. Sergio Erede è stato condannato a 1 anno e 6 mesi. Fabio Branchi è stato condannato a 5 anni e 4 mesi. Invece Paolo Compiani e Alfredo Gaetani sono stati assolti.

Dovranno risarcire due miliardi di euro alla nuova azienda e il 5% del valore nominale delle obbligazioni ai risparmiatori (circa 30 milioni).

Ora si andrà in appello.

Déjà vu davanti alla tv


Come Carlo Ancelotti (che lo racconta al pubblico di San Siro nel filmato linkato) anche io ho nel cuore un coro. È stato il simbolo di diverse cavalcate vittoriose in Europa, e stato la colonna sonora di serate indimenticabili in casa e all’estero. Per questo ieri sera davanti a Lazio-Juve, dopo lo scoppiettante avvio (goal di Chiellini e di Zarate nei primi minuti), mi sono appisolato e ho fatto una dormita molto piacevole. Da tempo ho problemi nel prender sonno, per questo mi sono stupito. Per la prima volta da settimane mi sono addormentato in fretta, preda di una tranquillità zen. Non solo, mi sono anche svegliato di buon umore alla fine del primo tempo. Un caso assolutamente unico. Alla ripresa del match ne ho capito il motivo. Dalla curva bianconera si alzava ogni 3-4 minuti un coro. “Alè, alè, alè Juve alè…” il testo, rispetto a quello milanista, era differente ma la melodia e il senso erano i medesimi. Le parole effettive non le ho afferrate, causa scarsa propensione del telecronista al silenzio. Però era proprio lui, il coro della finale di Manchester (ironia della sorte con la Juve), della disfatta di Istanbul e del riscatto di Atene. Ma non è tutto, perché mentre ragionavo sulla questione si è levato un altro coro noto. “Forza Juve. Juve Campione. Vinci per noi. Forza Juve. La curva è con te”. Stesso testo (a parte il nome della squadra), stesso spartito (lunghe pause tra una battuta e l’altra), stessa melodia. Anche questo made in San Siro. Ora, di certo i cori da stadio non sono paragonabili ad una sonata per violino e pianoforte di Mozart e dunque non si può parlare di vero e proprio plagio. È altrettanto indiscutibile però che non bisogna essere degli scienziati per inventarsene di nuovi e personali. Ergo di certo la curva della Juventus non è popolata da ragazzi prodigio.
Che a Torino fossero cleptomani lo sapevamo, ma in questo caso l’evento è privo di movente. Perché rubare un inno quando in tutti gli stadi italiani, da sempre, il popolo in bianco e nero viene accolto da un coro personale e dedicato. Semplice, intuitivo e molto chiaro. Perché gli esimi della curva zebrata non lo raccolgono. È decisamente più adeguato per il club che sostengono.
“Juve, Juve…”

Ancellotti a San Siro nel 2007

venerdì 10 dicembre 2010

Il libro che si occupa di fede, affari e politica


È appena uscito l’ultimo libro di Ferruccio Pinotti: “La lobby di Dio” edito da Chiarelettere. Un’inchiesta di 446 pagine sul mondo di Comunione e Liberazione e del suo «braccio economico», la Compagnia delle Opere. Indubbiamente un argomento interessante, ricco di spunti e molto attuale. La lettura del libro però lascia, nel complesso, un po’ delusi. Chi si aspettava di scoprire scheletri negli armadi, verità scomode o insabbiate non verrà soddisfatto. Troppo spesso infatti Pinotti, si lascia andare all’insinuazione e ad una “associazione creativa” di eventi, creando delle consecuzioni causa-effetto artificiose, se non pretestuose. Un sistema molto in voga oggi.
È il caso del’ampio paragrafo dedicato all’avvocato
Paolo Sciumè. Dopo aver analizzato diffusamente le imputazioni in vari processi, la carriera e la storia, la conclusione è che il professionista milanese non è mai stato condannato. Ecco come chiude il paragrafo «Così Sciumè, che nel settembre 1980 partecipava nell’abbazia di Montecassino alle prime riunioni della Fraternità di Comunione e liberazione, con i padri fondatori don Giussani, Giancarlo Cesana e Graziano Debellini si è trovato ad avere a che fare con due diversi guai giudiziari: il filone Parmalat e quello del riciclaggio mafioso, per cui a fine gennaio 2009 è finito ai domiciliari, salvo poi, lo ricordiamo, uscirne assolto. Non male per uno dal cui studio sono passati vescovi e cardinali, molti uomini del premier Silvio Berlusconi e del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, più decine e decine di Memores Domini, gli eletti di Comunione e liberazione. Non male per uno che solo fino a qualche mese prima dell’arresto veniva chiamato dall’Università Cattolica per tenere incontri di orientamento per gli studenti, come quello, tenutosi il 9 aprile 2008, dal titolo: “Diritto e politica per il bene comune”».
Lungi da me il voler difendere l’avvocato e le sue frequentazioni (è arrivata oggi nel pomeriggio la notizia della sua condanna a 5 anni e 4 mesi nel processo sul Crack Parmalat). Certamente però questo passo, come diversi altri nel libro, lasciano un po’ spiazzati. Un altro esempio emblematico è contenuto nel paragrafo “
Un meccanismo diabolico” del capitolo “La Compagnia delle opere”. Si legge «Zannelli fa capire che sono più di una le inchieste sulla Cdo che non vengono alla luce sulla stampa. “Nessuno dice che è stato arrestato a Roma Emilio Innocenzi, un sacerdote amico di Giussani che portò Comunione e Liberazione nella capitale. Innocenzi dirige la Teamservice, una cooperativa sociale di servizi con moltissimi dipendenti cui sono state assegnate le stesse commesse affidate alla Why Not. Però in Calabria c’è stata l’inchiesta. Innocenzi l’hanno arrestato a Roma e nessuno ne parla”». I fatti di cronaca sono tutti veri. Innocenzi è a capo di Teamservice ed è stato arrestato. Peccato che non sia un sacerdote ma un padre di famiglia, che sia tutta da dimostrare la sua amicizia con Giussani e che, ancora una volta, sia stato prosciolto. Un’imprecisione grave, anche se non fosse dolosa e dovuta a leggerezza, che mina la credibilità generale del lavoro.
Un ultimo esempio potrebbe essere il paragrafo “
La psicologia di Cl: l’analisi del professor Cortesi”. Un momento molto atteso del libro in quanto pubblicizzato sin dall’inizio. Nelle presentazioni divulgate infatti si anticipa la testimonianza «di uno psicoterapeuta che ha conosciuto molti militanti di Cl e ne racconta fragilità e paure (“La dipendenza che crea è molto profonda”)». Luigi Cortesi, dopo un lungo discorso che c’entra poco e nulla con la psicologia, finalmente arriva al dunque. Si legge nel libro «Ha mai avuto pazienti di Comunione e liberazione? “Ho avuto in cura un caso, emblematico. All’epoca collaboravo con un’altra struttura e mi capitò come paziente una persona. Lo incontrai per una seduta in cui iniziammo ad affrontare una serie di problemi. Al termine dell’incontro mi telefonò uno dei capi di Cl [Cortesi non vuole rivelarne il nome, nda], oggi referente a livello nazionale, e mi chiese: “Com’è andata la tal persona, cosa ne pensi?”. Io rimasi basito, mai avrei immaginato una simile chiamata. Gli risposi che non gli era permesso nemmeno di domandare se avessi visto o meno la persona a cui faceva riferimento. Ci davamo del tu, ci conoscevamo bene dal momento che anche lui era di Bergamo. Gli dissi che era un folle. Lui replicò: “Come la fai lunga. Lo so che questa persona è venuta, dimmi come è andata, tanto resta fra noi. E guarda che, se fai così, lavorerai poco qui a Bergamo”. Dopo quel giorno la persona che era venuta alla seduta non si è più presentata, e io non ho più avuto altri pazienti che si dichiarassero ciellini”». Se l’esempio di interferenza è carino, e fa capire un fenomeno più di mille analisi, risulta chiaro però che la “diagnosi” con cui il professore traccia il quadro psicologico del ciellino medio nasce da un singolo caso. Un po’ poco per arrivare ad una generalizzazione tanto dura.

Fatte tutte queste doverose premesse bisogna sottolineare che non tutto è da buttare. Per quel che riguarda il lato giudiziario e politico, fermo restando quanto detto in precedenza, è interessante scoprire strategie, scelte e rapporti (questi documentati), di cui altrimenti difficilmente si avrebbe potuto avere notizia. È il caso della sanità lombarda o delle tante società partecipate con cui realtà private ricevono soldi pubblici (con la testimonianza di
Alessandro Cé) o ancora il capitolo sugli alloggi per studenti.
Molto bello, e da leggere, l’intero capitolo dedicato ai Memores Domini, i consacrati laici di Comunione e Liberazione, dal titolo “
Guerrieri di Dio”. Con le interviste a due memores in “attività” (F.G. e Manuel Hervas) e una ad un ex (Bruno Vergani).
In particolare l’intervista a Vergani, contenuta nel capitolo “Fuga da Cl” permette di leggere una critica, non particolarmente avvelenata e molto obbiettiva, sul mondo dei memores e di Cl in generale. Un modo per sentire una voce non allineata.

lunedì 29 novembre 2010

WikiLeaks e il bar Fiore


Facciamo finta di non sapere nulla. Di essere stati in vacanza per mesi e aver fatto rientro oggi. Cosa c'è di meglio del comprare un bel giornale e leggerlo facendo colazione? Notizia in prima pagina: “Frattini: WikiLeaks vuole distruggere il mondo”. C'è da scommetterci che il cornetto ci andrebbe di traverso.
Ma in che modo vuole distruggere il mondo il sito dell'hacker
Julian Assange?
Bè rivelando documenti riservatissimi targati Usa. Si tratterebbe di, come spiega Repubblica, «giudizi inconfessati della diplomazia statunitense su molti leader mondiali». Roba esplosiva. Allora è il caso di andare a vedere queste rivelazioni bomba, in grado di far crollare il nostro pianeta nel baratro e, come scrive qualcuno, spargere sangue.
Partiamo dal leader italiano
Silvio Berlusconi. Il premier di Arcore è giudicato, in varia corrispondenza riservata, «incapace, vanitoso e inefficace», «portavoce di Putin in Europa» e «stanco» per i troppi «festini». Incredibile! Berlusconi vanitoso? Portavoce di Putin? Stanco per i festini? Ma sono matti!
E sulla
Russia che si dice? «Medvedev, ufficialmente di rango maggiore, fa la parte di Robin rispetto al Batman di Putin». Ma chi l'avrebbe mai detto che Medvedev è una marionetta dell'ex Kgb Putin. Sconvolgente.
Continua:
Hamid Karzai è «ispirato dalla paranoia», Gheddafi «è un vero ipocondriaco» e addirittura Mahmoud Ahmadinejad sarebbe «un Hitler» perchè l'Iran è «una totale dittatura» un esempio di «stato fascista». Dovrò cancellare il capodanno a Theran! Ma il meglio arriva alla fine. Si perchè la ciliegina è quando WikiLeaks sentenzia che il cancelliere tedesco Angela Merkel «evita i rischi ed è raramente creativa». Pensate un po'!
A questo punto ho un dubbio. Vuoi vedere che Assange frequenta il bar Fiore sotto casa mia. Altro che documenti riservatissimi, è tutta farina del signor Mario, ex calzolaio in pensione, che mi ha anche anticipato qualche altra bombetta che potrebbe fare scalpore. Secondo il Mario «Giuliano Ferrara è sovrappeso», la Regina Elisabbetta «sfoggia cappelli inguardabili» e Micheal Jackson «in realtà era nero». Speriamo solo che da Stoccolma non decidano di accusare me e il Mario di stupro.

lunedì 8 novembre 2010

Francia: anatomia di un flop


Ripropongo (è l'ultima volta che lo faccio) un'interessante intervista a Sergio Manghi, docente di Sociologia a Parma e studioso delle dinamiche dalla nazionale francese, che riprende un ragionamento già proposto sul mensile Communitas diretto da Aldo Bonomi.

Prima il pareggio con l’Uruguay poi la sconfitta col Messico infine l’eliminazione con il modesto Sud Africa. Queste le gocce che hanno fatto traboccare l’universo bleus. Anelka, causa spia nello spogliatoio, viene cacciato dal ritiro per ingiurie al ct, la vecchia guardia impone le formazioni, Domenech in balia degli eventi, Ribery si presenta in lacrime in tv per scusarsi, Gourcuff ostracizzato e confinato in panchina, Evra litiga con un preparatore che abbandona la squadra, le dimissioni di alcuni rappresentanti della Federazione, il presidente Sarkozy interviene duro sui giocatori, i giornali sportivi arrivano all’insulto negli editoriali e per concludere sciopero di tutti i calciatori che decidono di non allenarsi. Uno psicodramma degno di un romanzo. Ma è solo calcio? Forse no. Per indagare meglio un naufragio sportivo che sembra strettamente legato con la realtà sociale francese abbiamo intervistato Sergio Manghi, docente di Sociologia a Parma e autore di “Zidane, anatomia di una testata mondiale” in cui propone una chiave di lettura alternativa all’espulsione del capitano francese nella finale di Berlino.

Il tifo che i francesi riservano alla nazionale, contrariamente al composto motto “allez les bleus” è unico, carico di aspettative ed è una manifestazione della celebre grandeur...

Sì, direi che tutto quello che fanno i francesi s’illumina di granduer, di un orgoglio nazionale molto forte che noi italiani fatichiamo a capire. Il nostro è una parodia. Ci crediamo e non ci crediamo. Il loro invece è una forma di pensiero e crea grandi aspettative. Per i francesi questa debacle è un disastro.
Ci sono gli immigrés de banlieue (Ribery, Gallas, Anelka ad esempio), i nouveau immigrer (Evra, Diarra, Malouda) e i bianchi "borghesi” alla Gourcuff. Una debacle figlia di una sorta di guerra generazionale?
Ragiono su questi spunti per la prima volta. Effettivamente potrebbe essere una chiave di lettura interessante. Ci sono modi diversi, infatti, di dare valore all’orgoglio francese. Per la vecchia generazione il poter combattere per la Francia era un onore che si accompagna ad un risentimento non ammissibile. Gli Zidane vivono tra chi rappresenta la grande nazione e chi può assurgere a quel ruolo solo se molto vincente. Quando le cose vanno male, come oggi, sono sempre i primi a pagare. Un sistema che portava però ad un più forte orgoglio e a una ricerca di affermazione più rabbiosa. Le nuove generazioni di immigrati al contrario sono figlie di una società più europea e mondiale e per questo meno affamate. Con i “bianchi borghesi” la difficoltà è in realtà storica.

Sopratutto alla luce del fatto che la nazionale francese è tutto tranne che francese...

Certo, come origini non c’è dubbio. Se guardiamo al paese è esattamente la stessa cosa. Si continua ancora ad alimentare il mito della Grande Francia ma, per esempio a Parigi, la popolazione extracomunitaria ha superato quella francese. Ma non solo, se guardiamo al succedersi dei presidenti passiamo dalle figure di De Gaulle, Mitterrand e Chirac a Sarkozy. Uno che non è di origine francese “pura”. Non solo dal punto di vista genetico ma neanche stilistico. Assomiglia più al nostro Berlusconi. È un figlio della società dello spettacolo, di una società europea o americana più che successiva alla caduta del muro di Berlino. Questo ha cambiato anche il modo di percepire l’immigrazione e l’essere immigrati. Da una parte sono più ovviamente parte del contesto, dall’altra però l’orgoglio, punto di riferimento anche per gli immigrer, si indebolisce un po’ per tutti. Probabilmente Malouda non è poi così un combattente come poteva esserlo Vieira. Ancor meno Gourcuff.

Ma perchè allora Zidane, leader e simbolo della vecchia guardia e della vecchia immigrazione, per altro tacciato di essere l’allenatore occulto, si è schierato con Domenech criticando la squadra?

Perchè secondo il suo modo di pensare hanno sbagliato per davvero. Difende in qualche modo ancora quell’idea d’orgoglio secondo cui il mondo si ricorderà di questi mondiali per il vincitore e per la brutta figura della Francia. Qualcosa che ricalca gli scorsi mondiali. Ci ricordiamo il vincitore e l’harakiri transalpino. Questo autolesionismo è sempre a portata di mano perchè quando i francesi “non francesi” falliscono nel garantire la vittoria hanno i nervi più fragili.

La nazionale quindi, come da tradizione, è lo specchio del paese?

Si, in particolare del rapporto del paese con l’immigrazione. Finché la nazione riesce a prospettare la possibile integrazione, com’è stato fino a 10 anni fa anche se erano già bugie, nell’immaginario c’era ancora il sogno. I figli poveri delle periferie erano già rassegnati, ma quelli di successo potevano immaginare di giocare un ruolo in questo melting pot senza tradire le periferie. Oggi diventa molto difficile non essendoci quasi più quel grande sentimento français.

Facendo un esercizio che col calcio non si dovrebbe mai fare, se ci fosse ancora Zidane in squadra sarebbe diverso?

Ho l’impressione che uno Zidane ancora in forma e che deve rimediare alla brutta figura del 2006, forse avrebbe trovato la rabbia giusta per volersi rifare. Ma realisticamente non ha il fisico e non credo che con quello che è successo avrebbe gli stimoli giusti.

Questa è proprio una fantasia. Se volessi essere più relistici e pensassimo ad un suo ruolo come uomo spogliatoio, alla Beckham?

Sì poteva essere un’idea. Ma bisogna fare i conti con il risentimento non ammesso dei suoi compagni abbandonati sul più bello. Si, ufficialmente c’è solidarietà, dicono di comprederlo e lo giustifiano. Ma in realtà un po’ di incazzatura c’è stata e c’è ancora. Ritrovare l’autorevolezza dopo quella testata non sarebbe stata una cosa facile. È vero che i francesi, quando c’è di mezzo l’orgoglio, sono capaci di raccontarsi delle bugie considerevoli. Avrebbero avuto la faccia tosta di dare la colpa di nuovo a Materazzi, trovando il nemico esterno e la compattezza. Mourinho ha imparato da loro.

In tutto questo Domenech sembra essere il principale colpevole. O forse lo è veramente.

No, sarà solo il capro espiatorio...

Bè lasciare a casa nomi come Ben Arfa, Benzema, Mexes o Nasri per portare sconosciuti come Gignac e Valbuena è una responsabilità...

Che fosse uno strampalato e che facesse scelte imprevedibili si sapeva già da tempo. Lo hanno voluto tenere loro. Il rischio adesso è che tutti diano la colpa a lui. Un’altra semplificazione. Prima c’era un nemico esterno come Materazzi, adesso uno interno. Sempre per non dover ammettere che si può perdere. Evidentemente per l’orgoglio nazionale francese è inammissibile.

Lei dice che la testata del 2006 non è una banale reazione ma un voluto coup de theatre motivato dal terrore della sconfitta. Quel gesto verrà ricordato in eterno e dunque Zidane è vincente comunque. Oggi possiamo parlare di un colpo di teatro a livello collettivo?

Quello che c’è in comune è la non banalità. Si può perdere. Ma c’è un modo di perdere che è comune. Perdiamo tutti nella vita. Poi c’è la sconfitta non banale di cui l’umanità si ricorda. Questa nazionale si vuole far ricordare in modo inconscio. Certamente non è un exploit ben riuscito come quello di Zidane, gesto che da un punto di vista estetico è stato bello ed elegante, anche per il momento in cui è stato fatto, sotto gli occhi di tutti. Oggi è più una caciara. Però rispetta l’idea narcisista francese: una bella sconfitta cancella il fatto che è una sconfitta. Questa è la grandeur. La non banalità. Il non rassegnarsi al banale. Se dobbiamo perdere dobbiamo fare molto rumore. Non possono perdere come il Togo o come l’Italia.

mercoledì 3 novembre 2010

Nec Recisa Recedit


In questi giorni si parla di escort e festini. E come spesso accade ci si dimentica di tanti, troppi problemi che ancora non sono stati risolti. Se, come a Tezigno, si scende in strada armati e si obbliga i media a prestare attenzione, forse, per qualche giorno, si ha una chance. Altrimenti l'oblio è certo. È quello che sta accadendo a L'Aquila. Il terremoto non fa più notizia, e in molti ritengono la situazione ormai risolta. Invece è oggi il momento più duro per i terremotati. Ripropongo il primo pezzo che ho scritto dall'Abruzzo e pubblicato su Vita.it. Un modo per ricordare.

“Nec Recisa Recedit”, nemmeno spezzati si retrocede. Questo il primo flash, il primo fotogramma dell'Aquila. La frase campeggia sulla parete del palazzetto sportivo della Scuola Ufficiali e Sovrintendenti della G.d.F. dove troviamo appoggio. Siamo a Coppito una frazione delle tante qui a L'Aquila. Appena entrati nella piazza d'armi della struttura ci incamminiamo verso il palazzetto sportivo. Sarà la nostra base operativa. Entriamo. Un palazzetto come tanti, con le sue gradinate colorate, i colori asettici e illuminazione a giorno. Una struttura elastica fatta per assorbire il movimento della gente sugli spalti, forse per questo è sicura, non ha subito danni. Speriamo. Un palazzetto come tanti se non fosse per la distesa di tavoli, computer e cartine. Siamo nel cuore operativo della macchina dei soccorsi. Ci sono tutti. Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Croce Rossa, Croce di Malta, Scout Agesci e Cngei, Forestale, Polizia, Carabinieri. Una Macchina che, avrò modo di sperimentare nella notte non si ferma mai. Tutti lavorano incessantemente. La prima sera ci sono da preparare i funerali. Si terrà proprio nella piazza d'armi di fronte al palazzetto la cerimonia. Sono qui per raccontare quello che succede, trovare storie interessanti. Devo cercare di parlare con chi è qui a darsi da fare. Decido di fumare una sigaretta, il modo migliore per scambiare due chiacchere. Capisco subito che le storie, i racconti, sono tutte intorno a me. Si lega facilmente. Ognuno ha la sua, di storia. Ad ogni sigaretta ne scopro una nuova. Ognuno ha un viaggio lungo alle spalle e un motivo tutto suo per esserci. Una sigaretta dopo l'altra, intorno gente che va e viene indaffarata: mi rimorde la coscienza. Tutti fanno, aiutano, costruiscono e io guardo. Non resisto e comincio a scaricare casse d'acqua per i parenti dei defunti che verranno l'indomani. Poi al gruppo cui mi sono aggregato, gente di Roma, volontari che vengono a fare le pulizie, viene chiesto di posizionare le listelle. Vedo i volti che si scuriscono, capisco che non dev'essere un bel lavoro. Immagino perchè sia pesante e invece dopo capisco. Dobbiamo posizionare le asticelle di legno che serviranno per sostenere le bare quando verranno disposte in fila di fronte all'altare. Non erano espressioni di insofferenza. Si tocca con mano la tragedia. Si fanno le quattro del mattino. Ma io sto decisamente meglio. Ho dato una mano. «Lo racconterai ai tuoi figli» mi dicono. Non sanno che lo racconto qui. Mi saluto con Eleonora che organizza i turni di pulizia da Roma ma non ha resistito sentendo i racconti e, sistemata la figlia, si è precipitata. Mi butto in branda. La sveglia la mattina è data dal solito brusio impegnato e dall'illuminazione perenne. Ci sono i funerali. Affluisce lentamente e in silenzio tutta una città. L'Aquila saluta i propri cari. Raccontare un momento come questo non è facile. Due cose su tutte mi colpiscono: il silenzio e la dignità. L'ultima immagine che mi rimane è straziante. Un anziana che incredula sosta davanti a due bare, una sopra l'altra, madre e figlia. Guarda chi passa e chiede incessantemente «perchè?». Nessuno ha una risposta. Davanti a tutte quelle casse improvvisamente gli sterili numeri che leggevo diventano una realtà incombente. Piango. Non mi succedeva da tanto. Mi preparo per il pomeriggio, che sarà al seguito degli Scout cattolici dell'Agesci in giro per i campi attrezzati per gli sfollati. Non lo so ancora ma per la seconda volta nello stesso giorno rimarro attonito e ammirato di fronte a questo meraviglioso popolo. Partiamo. Il primo campo è in centro, dove i morsi del terremoto sono stati tremendi. Qui gli edifici inanimati si sono arresi cedendo pareti, tetti e piloni alle scosse. E' impressionante. Entriamo al campo di Piazza D'Armi, il più centrale che ho visto. Ci investono grida festanti di bambini che giocano a pallone, dei clown vanno a strappare un sorriso ai più piccoli. Scout e volontari della Protezione civile, che si stanno adoperando per sopperire alle mancanze, guardano preoccupati il celo plumbeo. Se piove si rischia di navigare nel fango, bisognerà mettere delle passatoie in legno. Un’anziana in sedia a rotelle ci saluta dall’ingresso della sua tenda. Qui le prassi quotidiane più banali devono essere pensate e pianificate con attenzione. Antonella, volontaria dell’Agesci che lavora al campo mi sorride e dopo avermi fatto sedere per vedere un balletto preparato da alcuni bambini, mi dice una cosa insolita. «Siamo cattolici. La fede è ciò che da senso a quello che facciamo. Non lo si fa per sé e neppure per loro. Lo si fa per la fede». Si riparte rotta Tempera, altra frazione. Mi dicono che prima erano tutti comuni autonomi, hanno scelto per convenienza di entrare a far parte del comune dell’Aquila. Arriviamo. In realtà i campi sono tre. Due ufficiali voluti dalle autorità e un terzo spontaneo. La gente non ha voluto allontanarsi dalle proprie case e ha deciso di accamparsi nelle vicinanze rinunciando a elettricità, acqua e gas. Lo chiamano affettuosamente “Scampia”, perché le condizione estreme hanno esacerbato un po’ gli animi. Mentre passeggiamo per i vialetti un padre al telefono parla del figlio «ho dovuto tenergli la mano tutta notte, ha paura di dormire e non vuole stare in tenda». Poco dopo una jeep della polizia municipale arriva con un carico di uova di cioccolata. Ripenso a quel bambino. Visitati i tre campi di Tempere ci dirigiamo a quello di Arischia. Un vero gioiello. C’è il container che fa da cucina, le tende autogonfiabili, la tenda della croce rossa con ambulatorio. Per riassumere l’efficienza del campo mi basta la scritta di un cartello: 11.30 pranzo per celiaci. Le sigarette ancora una volta si rivelano un ottimo spunto. Le ho finite e mi rivolgo alla tenda della Croce Rossa. Enzo me ne ragala due e tutto orgoglioso «quello che vedi è tutto della Protezione civile Regione Molise, dopo il nostro di terremoto abbiamo comprato una carovana all’avanguardia». Ma qualche problema c’è: 300 uova di pasqua appoggiate in un angolo della tenda “ludoteca” per gli 80 bambini che la frequentano e nessun pallone. La mente vola al primo campo. Si organizzerà uno scambio tra uova e palloni. Bisogna anche affinare le tecniche per la distribuzione delle pietanze agli anziani che non possono muoversi dal letto. Sono tanti e il cibo rischia di arrivare freddo. E’ ormai buio, si torna alla base. Ci aspetta una delle due scatolette di tonno quotidiane. Ho visto tanta gente in difficoltà ma nessuno arreso. Ho visto persone con gli stessi vestiti da giorni, di fronte a un muro di casse d’acqua, chiedere il permesso per poter prendere una bottiglia. Ho visto tra le tende lo stesso silenzio e la stessa dignità della mattina. Appena arrivato di fronte al palazzetto incontro Vincenzo, infermiere volontario pugliese Cives. Parliamo dei campi, gli dico di “scampia”, lui mi informa che è rientrato da poco, hanno trovato un campo di 800 persone in montagna di cui non si sapeva nulla. Niente coperte, niente brande, niente acqua ne da bere ne per lavarsi. Solo le tende. «Quando sono arrivato mi hanno salutato e ringraziato. Erano contenti di essere vivi e di avere una tenda dove dormire». Dopo mangiato vado a bermi un caffè. Ennesima sigaretta. Siamo in due. Giampiero della Croce Rossa Aquila mi saluta «devo riattaccare in centro. Sembra che ci sia una persona ancora sotto, è viva». La cosa non è confermata, se ne sa poco. Rimane solo la speranza e un imperativo: Nec Recisa Recedit.

Nella foto in alto il Centro Gestione Emergenza gestito dalla Protezione Civile nel palazzetto della Scuola della GdF